”Sia storia, o
consuetudine di dispregio, l’appellativo esiste tuttavia, ed è ingiusta
designazione del coltivatore della terra. Egli vive la massima parte
dell’anno nei nostri boschi e fende laborioso la terra, a spargervi il
seme di granturco, o piantarvi la patata, che gli saranno unico pasto di
sostentamento nel rigido inverno.
La canicola ardente di luglio batte sulla
sua testa; fuma il suo petto villoso, ma egli è là, come sfida, umile
araldo d’un domani sconosciuto per lui, sui fianchi scoscesi del monte, a
pulsare la terra matrigna e inclemente. Domani s’addenseranno fosche le
nubi; rumoreggerà l’aquilone nella vecchia foresta, e l’acqua
scrosciante e furiosa dalle balze, trascinerà in grossi gorghi melmosi
le zolle sudate, e, dai solchi scomparsi, come triste ironia, la roccia
brulla gli offrirà la maligna visione del suo frutto, completamente
perduto, o dal cielo di rame incomberà l’afa opprimente per lungo volger
di lume, ed aprirà la terra le sue fauci bramose, e, negli aneliti
della sete, s’accartocceranno le foglie, e sarà dappertutto desolazione
ed arsura. Scenderà allora dall’umile casolare al paese nativo, apata e
come inconscio, coi suoi figli sparuti ed ignudi, con la sua donna
scheletrita dalla malaria e dalla fame, aspettando l’avvenire buio ed
incerto del prossimo inverno. Così ieri, così oggi, così forse domani.
Non una speranza di miglioramento, né un
barlume di luce, né un palpito nuovo nel suo cervello. Egli prega il
buon Dio e si batte il petto, gli mandi la buona annata, e gli scongiuri
il temporale, e dia fine alla siccità. Quando il bisogno estremo batte
alla sua porta, e non gorgoglia la pentola per la quotidiana polenta,
strappa agli orecchi della sua piccina i bottoni d’oro infimo, che la
comare diede a Battesimo, o rovista nella vecchia cassa intariata, per
qualche po’ di panno che porta la sua donna; e saranno pegno per un
rotolo di pane dato ad usura, o per la minestra di fave crudeli. Non fa
caso. Se viene la domenica, indosserà l’unica camicia pulita che
possiede, darà fuoco alla pipa di creta, e andrà in piazza a
chiacchierare al sole, e farà largo con inscappelate al signore, per non
sporcargli di terra il suo vestito nuovo. Suo figlio, un pezzo di
giovanotto dal torace ampio e dalle gambe solide, lesto e svelto nel
buttare a terra la legna da vendere pel pasto quotidiano, forte e
instancabile alla zappa e alla falce, suo figlio è andato a servire il
re; e da lontano lontano manda la lettera tassata, che egli non può
pagare e sua moglie piange e si dispera e lo tormenta, perché vuole le
notizie del figluol suo.
Da qui ad un anno, a due anni, tornerà e
saprà leggere e scrivere e lo faranno elettore; e il padrone lo manderà a
chiamare; gli darà una carta scritta, e col segno, per non farsi
tradire, e gli dirà: vota questo; e così devi fare, altrimenti, c’è
l’estaglio(1) scaduto e non pagato, c’è il debituccio al tanto per
cento, e così via. Poi s’ammoglierà: ha strimpellato per tanto tempo la
chitarra nell’aria della notte, ed ha fatto sentire la sua canzone
d’amore; ma finalmente ha radunato i sei cartellini dell’Arciprete e i
soldi per le carte. La domenica beveva un po’ di vino; si sentiva dar
di volta, e menava le mani: è tempo di finirla e di metter testa. Sposa e
si dà a garzone, e il tetto di paglia della casetta rustica ricuopre il
suo amore semplice e rozzo.
A settembre verrà dallo studio il
padroncino, ha i baffetti nascenti, veste attillato, fuma la sigaretta, e
canticchia e conosce tutti i motivi delle canzonette napoletane. Andrà
alla vigna ove egli sta a guardia, e lo manderà spesso spesso, in paese
per servigi, così potrà rimanere solo a far compagnia a sua
moglie…altrimenti lo si allineerà al compagno…Egli deve ubbidire e
tacere, altrimenti perde il pane, e peggio.
Il cafone non mangia carne, egli non ne
può comprare. La famiglia ordinariamente è numerosa, e vi sono i
piccini, che hanno molto appetito e non guadagnano nulla. Anche la sua
giornata è meschina. La cattiv’annata è scusa quotidiana per il ribasso
del suo salario. I primi raggi del sole invernale lo salutano al lavoro
tra i solchi umidi di brina, sotto i vigili occhi del padrone. Smette la
sera, dopo una faticosa giornata di zappa. La tramontana fischia tra i
rami degli alberi, e aggroviglia i sarmenti sparsi per terra, e gli
getta sul viso gocce di nevischio e buffi taglienti di freddo. Ma la sua
fronte è imperlata di sudore, fuma la terra smossa, rabbiosamente; il
padrone lo guarda; egli deve allinearsi al compagno che lo precede,
altrimenti lo si dirà pigro e verrà licenziato.
Gli ultimi tocchi dell’avemaria lo
raggiungono per istrada: si sberretta religiosamente, fa il segno della
Croce e recita l’inconscia prece, appresa al focolare paterno. Ha
guadagnato 21 soldi o 25: pagherà il pane preso a credito al mattino per
lui: gli restano 15 o 17 per le sette o otto bocche di casa sua e un
tozzo al suo piccolo cane nero, testimonianza di fedeltà, in mezzo
all’ingratitudine degli uomini; ed è l’unico suo capitale per mangiare,
vestirsi, per comperare le medicine alla moglie ammalata, e pagare la
fondiaria o l’affitto del tugurio, o il canone pel moggio di terra
demaniale occupata sulla falda del Vernone.(2) Se al padrone morirà
improvvisamente una capra o una pecora – anche se di carbonchio, non fa
caso – sarà festa per i suoi piccini e se la scialeranno. La pagherà 40 o
50 centesimi al chilo: non ha dato denaro; ha impegnato invece le sue
braccia e sconterà a giornate di lavoro, ma è soddisfatto perché ha
visto la nidiata raccolta giuliva intorno al focolare e sgramar gli
occhi dal desiderio nell’aspettativa della carne, che nella marmitta
bolliva ad acqua e sale; ed alla sera, una volta tanto non si è coricata
freddolosa per fame.
Verrà Natale o Pasqua. Dalle case dei
signori esce l’odore delle frittelle ed è gioia dappertutto, ed i più
miseri vogliono in tavola il sorriso d’un buon boccone ed un bicchiere
di vino. Egli, poveretto ha vissuto giorno per giorno con le sue
braccia; la siccità non gli ha dato granone; la malattia ha distrutto le
galline alla sua donna, ed a stento cresce un gallo che sarà compimento
alla sua padrona, ed avrà in ricambio un pezzo di formaggio bacato o un
mezzo quarto di fichi secchi ed acidi: sua moglie ne torrà i vermi e
saranno ghiottoneria per i suoi e companatico per lui.
Non una protesta, intanto, né un fremito
d’indignazione, né un moto ribelle per sottrarsi al giogo. L’obbedienza
cieca e passiva resa più umile dalla miseria, più abbietta dalla
costante incertezza dell’avvenire. Cova, alle volte, l’odio nel cuore, e
brilla nella cupa oscurità della notte vendicatrice e barbarica, la
fiamma incendiaria che distrugge; e manifestazione occulta e violente
d’un fiele che trabocca ed annebbia la coscienza e rompe ogni freno di
pietà, di ragione, di morale. Egli, il cafone selvaggio, è il vandalo,
il bruto criminale nato.
E l’inverno fiocca, e non ha vesti, non
letto, non pane e corre al bosco e recide dei rami per una fiammata ai
suoi figli, la Guardia gli sequestra la scure, lo trascina avanti al
Giudice del Mandamento e gli danno il carcere o la multa. Aveva un
asinello vecchio, sbilenco, in lotta continua con un po’ di biada,
viveva con lui come persona di famiglia. Non poteva pagare la stalla:
fece un cantuccio nell’unica stanza di abitazione e lo allogò. Dormono
insieme: egli, la moglie, i figli in un angolo; l’asino intento a
scrostare vecchia paglia ammucidita; il suo fedele barbone; un paio di
galline, capitale della moglie, per comprare sale con la vendita delle
uova; il maialetto cresciuto per poter fare fronte ai debitucci
dell’inverno.
Ma son venute le spese di giustizia e
l’usciere portò via il maiale e se lo hanno comperato all’asta pubblica
ed egli è rimasto ancora debitore e l’asino un giorno si fiaccò il
collo, alla discesa del Vernone, indebolito dalla vecchiaia e dalla
fame. Ora la miseria e i cenci se li divide col cane e coi suoi
marmocchi. In casa si sta più larghi ma fa più freddo. Così trascina i
suoi anni, povero ilota, destinato a lavorare e soffrire; martire
ignorato della gleba, vecchia macchina, logorata e sdrucita dal consumo e
dal bisogno.
Il padrone è tutto; ed egli è nessuno. Il
padrone mangia e beve, ha il vino, la carne, il fuoco; veste bene e va
in carrozza; vince sempre per torto e per diritto, perché ha i soldi e
cammina e se la sa vedere, e tiene protezioni ed è perciò che si chiama
padrone, per comandarlo , mungerlo, sfruttarlo, e fare e disfare a modo
suo. Si son fatte le scuole elementari; paghiamo un occhio ed il Governo
le disse scuole del popolo, perché si doveva istruire il popolo. Ma il
nostro cafone è cieco; nessuno lo educa, nessuno lo istruisce; e non si
vuole che sia educato ed istruito, per non sottrarlo alla schiavitù in
cui vegeta. Il contadino delle altre parti d’Italia si unisce, discute,
guarda il presente, muove verso il suo avvenire, e fa patti e dà le
condizioni del suo lavoro. Egli è macchina-uomo; strumento inconscio;
fonte di benessere per altri e di miseria per sé; carne da strapazzo e
coscienza che non palpita. E non v’ha chi si commuova; chi getti in quel
terreno vergine ed incolto il seme della riflessione sul suo stato di
abbrutimento e sulla possibilità di una sorte migliore.
Quando la voce santa di riscossa per
l’umile lavoratore della terra? Anziché sfruttarlo e pervertirlo o
spingerlo al carcere o agli eccidi chi accoglierà invece le sue lacrime,
e difenderà i suoi diritti e muoverà con la fede delle nobili
iniziative, con l’ideale del bene sociale, con la costanza dei forti,
muoverà alla risoluzione di questo problema umano, che tanto ci interessa, la redenzione, dov’è, del nostro contadino?””
(1) Antico contratto agrario di lavoro.
(2) La montagna della Cava, il monte più alto del territorio di Carpino (m. 650 s.l.m.).
Per approfondire segnalo il blog del Dott. Domenico Sergio Antonacci “amaraterramia.it”.