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mercoledì 24 giugno 2026

 

Medici di famiglia nelle Case di comunità, c’è l’accordo: quanto guadagneranno

Intesa tra i sindacati e Sisac: compenso uniforme da Nord a Sud e impegno fino a 6 ore a settimana per attivare 1.038 strutture entro giugno

Foto di Luca Incoronato

Luca Incoronato

Giornalista

Giornalista pubblicista e copywriter, ha accumulato esperienze in TV, redazioni giornalistiche fisiche e online, così come in TV, come autore, giornalista e copywriter. È esperto in materie economiche.

Pubblicato:

Sono trascorse settimane, caratterizzate da confronti e polemiche, ma alla fine è stato raggiunto l’accordo. I sindacati di categoria hanno siglato un’intesa con la Sisac (Struttura Interregionale Sanitari Convenzionati) per portare i medici di famiglia dentro le Case di comunità.

Parliamo delle nuove strutture sanitarie territoriali previste dal Pnrr. Sul piatto un compenso orario uniforme da Nord a Sud. L’obiettivo è di quelli ambiziosi e con una scadenza precisa. Si mira a rendere operative le 1.038 nuove strutture entro il 30 giugno 2026. È questo il termine fissato dal Piano nazionale di ripresa e resilienza. Una partita che va a intrecciare l’organizzazione della Sanità pubblica con i tempi stringenti dei fondi europei.

Quanto guadagneranno i medici

Il tema cardine è la retribuzione. Ai medici di famiglia sarà riconosciuto un compenso di 38,72 euro netti l’ora, il che si traduce in 40 euro lordi. Una cifra che non muterà da regione a regione, pensata per evitare disparità tra territorio e garantire condizioni omogenee.

Proprio la standardizzazione nazionale è tra gli aspetti più rilevanti dell’accordo. In assenza di un parametro unico, infatti, il rischio era quello di compensi a macchia di leopardo, con realtà generose e altri penalizzate.

Come funziona l’impegno orario

L’attività nelle Case di comunità si aggiunge agli obblighi già esistenti per i medici, comprese le guardie notturne e festive. Le nuove regole prevedono:

  • un impegno fino a 6 ore a settimana, di carattere obbligatorio;
  • una durata di 48 settimane l’anno;
  • un orario di servizio compreso tra le 8 e le 20;
  • un turno minimo di 3 ore continuative.

Ogni struttura, inoltre, potrà definire il proprio fabbisogno di personale, con la presenza di almeno un medico di famiglia per ciascuna Casa di comunità.

Utilità per i cittadini

Com’era facile prevedere, l’intesa non ha realmente messo tutti d’accordo. A sottoscrivere l’accordo con la Sisac sono stati i sindacati Fimmg e Fmt, mentre Smi e Snami hanno scelto di non firmare. Ciò vuol dire che il nodo delle condizioni di lavoro resterà in parte aperto.

Si tratta comunque di un tema molto delicato, che riguarda direttamente i pazienti. Le Case di comunità nascono infatti con l’obiettivo di decentralizzare l’assistenza. Ciò vuol dire, in pratica, alleggerire la pressione sui pronto soccorso (oggi spesso intasati anche per problematiche che potrebbero essere gestite sul territorio).

Avere i medici di famiglia stabilmente presenti in queste strutture significa offrire un punto di riferimento intermedio tra lo studio del proprio dottore e l’ospedale. Se il modello funzionerà, i benefici potrebbero tradursi in tempi di attesa più brevi e in un’assistenza più vicina ai cittadini.

sabato 20 giugno 2026

 

VACANZE IN PUGLIA CON IL CANE: ECCO LE 38 SPIAGGE DOVE ANDARE PER UN MARE A MISURA DI ZAMPA

Il tacco d’Italia promosso da Enpa. L’ordinanza regionale disciplina accessi e servizi.

In Puglia l’estate 2026 parla sempre più la lingua dei cani e dei loro proprietari: sono 38 le spiagge dog-friendly censite dall’Enpa nella nuova guida nazionale, un vademecum che ogni anno diventa indispensabile per orientarsi tra stabilimenti attrezzati, tratti di litorale libero e regole comunali spesso diverse da costa a costa.

La regione, forte di una tradizione turistica che non rinuncia all’inclusività, si conferma tra le più accoglienti d’Italia per chi viaggia con un amico a quattro zampe. Dal Gargano al Salento, passando per BAT, Bari e Brindisi, l’elenco è un mosaico di lidi attrezzati e spiagge libere: una geografia ampia che riflette un dato: la domanda cresce, e la Puglia risponde. L’ordinanza balneare 2026, approvata con atto dirigenziale del 15 aprile, ribadisce che la conduzione degli animali d’affezione sulle spiagge è regolata dalla Legge regionale 56/2018, imponendo ai Comuni di segnalare chiaramente limitazioni e aree attrezzate, mentre ai concessionari è richiesto di dare evidenza delle misure adottate e di esporre cartellonistica specifica.

Una cornice normativa che punta a conciliare fruibilità, decoro e tutela dell’ambiente costiero, ricordando che restano vietati comportamenti che possano danneggiare habitat sensibili come dune e zone di nidificazione del fratino, come previsto dall’art. 4 dell’ordinanza. La guida Enpa ricorda inoltre che in Italia non esiste una normativa nazionale uniforme: ogni Comune può stabilire regole proprie, e per questo è fondamentale verificare le ordinanze locali prima di partire.

Ma la Puglia, con i suoi 38 punti dog-friendly, si distingue per capillarità e varietà dell’offerta, tra lidi con servizi dedicati, spiagge libere che ammettono animali e tratti di costa dove l’accesso è regolato ma possibile. Accanto alla mappa, Enpa propone anche un decalogo per una giornata al mare sicura: evitare le ore più calde, garantire ombra e acqua fresca, proteggere le zampe dalla sabbia rovente, non forzare il cane a entrare in acqua, risciacquare il mantello dopo il bagno, prestare attenzione ai segnali di colpo di calore e rispettare persone, animali e fauna selvatica.

Un invito alla responsabilità che si intreccia con la filosofia della Regione, impegnata (come si legge nell’ordinanza) a garantire un uso armonico del demanio marittimo nel rispetto delle competenze comunali e della sicurezza dei bagnanti.

Così la Puglia si conferma una delle mete più accoglienti per chi sceglie di vivere il mare insieme al proprio cane: un turismo che cresce, cambia e chiede spazi adeguati, e che nel 2026 trova lungo i 900 chilometri di costa pugliese una risposta sempre più strutturata, consapevole e, soprattutto, a misura di…zampa.

gazzettamezzogiorno

giovedì 18 giugno 2026

 

INFRASTRUTTURE: FERRANTE (MIT) SU SS89 GARGANICA, 30 GIUGNO CONSEGNA LAVORI PARTE A, I STRALCIO. LA SODDISFAZIONE DELL’ON. GIANDIEGO GATTA

“La S.S. 89 ‘Garganica’ rappresenta un progetto essenziale per assicurare la sicurezza e l’efficienza dei collegamenti nel territorio.

 Per questo, come Mit stiamo lavorando per accelerarne la realizzazione: il 30 giugno a Bari si terra’ la consegna dei lavori dell’intervento commissariale relativo alla parte A, I stralcio. Si tratta del collegamento tra Manfredonia e l’area dell’aeroporto militare di Amendola, il primo tassello di un’opera strategica per tutta la Puglia”. Lo annuncia il sottosegretario di Stato al Mit con delega al coordinamento funzionale delle opere commissariate, Tullio Ferrante, di Forza Italia. La consegna avra’ luogo alle ore 11 presso la Struttura Territoriale Puglia in Viale Luigi Einaudi 15 a Bari.

“Gli interventi riguardanti la Ss89 sono attesi da tempo per garantire l’accessibilita’, rendere piu’ rapidi collegamenti e incrementare l’attrattivita’ del territorio. L’obiettivo – aggiunge – e’ quello di procedere con la fase realizzativa della Parte A e, al contempo, promuovere anche l’avanzamento della fase progettuale della Parte B, relativa alla Strada a Scorrimento Veloce del Gargano, a partire dal primo itinerario da Vico del Gargano a Peschici, gia’ finanziato per 395 milioni di euro, e dal secondo itinerario tra Peschici e Vieste, in attesa di finanziamento. Investire sulla modernizzazione delle infrastrutture significa assicurare il diritto alla mobilita’ e sostenere la crescita delle comunita’.

 Continueremo a lavorare – conclude Ferrante – per la realizzazione di un’opera fondamentale per il futuro del Gargano”.

Esprime viva soddisfazione l’on. Giandiego Gatta di Forza Italia  -che poco tempo fa aveva favorito l’incontro tra il Comitato per la SSV “garganica” e il sottosegretario Ferrante a Roma-   che ritiene che con la consegna dei lavori si stia aprendo una nuova pagina per il Gargano, per renderlo ancora più attrattivo e sicuro per le popolazione residenti e i turisti.

mercoledì 17 giugno 2026

 

SI E’ DIMESSA L’ASSESSORA REGIONALE AL TURISMO GRAZIAMARIA STARACE

L’assessora regionale al Turismo Graziamaria Starace ha rimesso le deleghe nelle mani del presidente della Regione Antonio Decaro. “Ringrazio il presidente per la fiducia nei miei confronti, tuttavia ritengo oggi sia giusto rimettere nelle sue mani le mie deleghe assessorili, con l’impegno di continuare a lavorare per la mia terra dai banchi del Consiglio regionale, per l’estremo valore che io ho sempre attribuito alle istituzioni e che riconosco in questo momento all’istituzione di cui faccio parte, la Regione Puglia”.

 “Ho sempre vissuto il mio impegno politico ispirandomi ai principi di legalità, trasparenza e rispetto delle regole. E sono certa – prosegue Starace – di essermi sempre comportata correttamente nello svolgimento delle mie funzioni pubbliche. Tuttavia, in questo momento devo essere libera di raccontare le mie verità e di tutelare la mia famiglia dall’ esposizione mediatica che ha assunto la vicenda, che mio malgrado mi vede coinvolta. Oggi sento il dovere di difendere il mio nome, la mia storia e la storia della mia famiglia, e posso farlo solo avendo la possibilità di dimostrare la correttezza del mio operato”. Nel motivare la decisione di rimettere le deleghe assessorili, Starace spiega che “sento come mia priorità ora proteggere i miei figli, che sono il mio bene più prezioso. Resto serena e ho immensa fiducia nella magistratura”.

martedì 16 giugno 2026

 

DTT. Indennizzi post refarming banda 700 MHz: TAR Lazio annulla decreto direttoriale MIMIT. Necessario nuovo decreto interministeriale

decreto interministeriale

Nuovo sviluppo nella lunga vicenda degli indennizzi riconosciuti agli operatori di rete televisivi locali per il rilascio delle frequenze DTT nell’ambito del refarming della banda 700 MHz.
Il TAR Lazio ha accolto il ricorso di un operatore locale censurando il decreto direttoriale con cui il MIMIT aveva rideterminato gli importi dopo le sentenze del Consiglio di Stato.
Giudici: serve un decreto interministeriale.

Sintesi

Il TAR Lazio ha accolto il ricorso di un operatore di rete televisivo locale, annullando il decreto direttoriale con cui il MIMIT aveva rideterminato gli indennizzi per il rilascio delle frequenze DTT nell’ambito del refarming della banda 700 MHz.
Secondo i giudici, il nuovo esercizio del potere amministrativo avrebbe dovuto avvenire mediante un decreto interministeriale MIMIT-MEF, dello stesso rango dell’atto originariamente censurato dal Consiglio di Stato, e non attraverso un provvedimento dirigenziale.
La sentenza assume particolare rilievo perché conferma che l’annullamento di una disposizione contenuta in un atto regolamentare produce effetti erga omnes, incidendo sull’intera categoria dei soggetti interessati e non soltanto sul ricorrente.
Pur decidendo la controversia sul profilo assorbente dell’incompetenza, il TAR ha inoltre ribadito che gli indennizzi relativi ai diritti d’uso limitati devono essere correlati alla reale copertura territoriale effettivamente assicurata dalla rete interessata, richiamando i principi già affermati dal Consiglio di Stato e smentendo l’interpretazione sostenuta dall’Avvocatura dello Stato per conto del MIMIT.
La decisione impone ora all’Amministrazione un nuovo esercizio del potere nel rispetto delle indicazioni fornite dalla giurisprudenza amministrativa, con possibili riflessi sull’intero sistema degli indennizzi riconosciuti agli operatori locali coinvolti nel processo di riorganizzazione dello spettro televisivo.

Nuovo capitolo nella vicenda degli indennizzi DTT

Prosegue il contenzioso giudiziario relativo agli indennizzi riconosciuti agli operatori di rete televisivi locali coinvolti nel processo di liberazione della banda 700 MHz, operazione che ha consentito il trasferimento di una parte rilevante dello spettro radioelettrico televisivo ai servizi di comunicazione mobile di nuova generazione.
La controversia trae origine dalle modalità con cui l’Amministrazione aveva proceduto alla determinazione degli importi spettanti agli operatori titolari di diritti d’uso oggetto di rilascio nell’ambito del processo di refarming.

Le sentenze del Consiglio di Stato che hanno cambiato il quadro

Come già illustrato da Newslinet, la materia era già stata profondamente incisa da una serie di decisioni del Consiglio di Stato, che avevano censurato i criteri contenuti nel decreto interministeriale del 27 novembre 2020 utilizzato per la liquidazione degli indennizzi.
Palazzo Spada aveva, infatti, evidenziato l’irragionevolezza di criteri che assumevano a riferimento parametri non coerenti con la reale estensione dei diritti d’uso interessati, imponendo all’Amministrazione un nuovo esercizio del potere.

Il nuovo intervento del MIMIT

A seguito delle pronunce del Consiglio di Stato, il Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT) aveva provveduto a rideterminare gli importi mediante un decreto direttoriale. Il provvedimento introduceva un nuovo criterio di calcolo riferito – tra l’altro – agli operatori di rete titolari di diritti d’uso limitati eserciti mediante un solo impianto in una sola provincia, individuando come parametro di riferimento il 25% della popolazione provinciale interessata.
Secondo il Ministero, tale criterio avrebbe consentito di dare attuazione alle indicazioni provenienti dal giudice amministrativo.

 

La tesi del ricorrente

L’operatore di rete locale, assistito da MCL Avvocati Associati nelle persone dei partner avv. Mario Mossali, avv. Stefano Cionini e avv. Massimo Luladi, aveva contestato anzitutto la legittimità dello strumento utilizzato dall’Amministrazione. Secondo la tesi difensiva, una volta annullata una disposizione contenuta in un decreto interministeriale, il nuovo esercizio del potere amministrativo non avrebbe potuto essere realizzato attraverso un atto di rango inferiore, quale un decreto dirigenziale, ma avrebbe richiesto necessariamente l’adozione di un nuovo decreto interministeriale emanato congiuntamente dal MIMIT e dal MEF. Una censura formulata in via preliminare e destinata a diventare il fulcro della decisione.

Il TAR accoglie la censura sull’incompetenza

“La sentenza del TAR Lazio ha ritenuto fondata proprio tale doglianza”, spiega l’avvocato Stefano Cionini.Secondo il Collegio, l’annullamento della disposizione regolamentare aveva determinato la necessità di un nuovo esercizio del potere amministrativo attribuito fin dalla Legge di Bilancio 2018 ai due Ministeri dalla stessa appositamente individuati, cioè – oggi – il Ministero delle Imprese e del Made in Italy ed il Ministero dell’Economia e delle Finanze.

Decreto interministeriale

Questa attività non poteva e non può essere quindi demandata ad un provvedimento dirigenziale. Il decreto impugnato non si limitava, infatti, a svolgere un’attività meramente esecutiva o applicativa, ma introduceva un nuovo criterio generale di determinazione degli indennizzi, esercitando una facoltà che, per espressa previsione legislativa, appartiene alla sede interministeriale. Ne consegue che il nuovo intervento avrebbe dovuto assumere la medesima forma dell’atto originario, ossia quella del decreto interministeriale”.

Non semplice esecuzione del giudicato, ma nuovo esercizio del potere

Particolarmente significativa appare la motivazione con cui il TAR respinge la prospettazione sostenuta dall’Avvocatura dello Stato per conto del MIMIT. Secondo il Collegio, l’individuazione del criterio del 25% della popolazione provinciale non costituiva una mera attività di applicazione automatica delle precedenti sentenze, bensì una vera e propria scelta regolatoria. In altri termini, l’Amministrazione non stava semplicemente eseguendo il giudicato, ma stava nuovamente disciplinando la materia, esercitando una facoltà che avrebbe richiesto l’intervento dei plessi individuati a monte dal Legislatore e l’adozione dello strumento di produzione normativa appositamente previsto“, puntualizza sul punto l’avvocato.

Effetti erga omnes e non soltanto inter partes

La pronuncia assume particolare rilievo anche sotto un diverso profilo: il TAR ha infatti chiarito che l’intervento del giudice amministrativo non può essere letto come una decisione limitata ai soli soggetti che hanno promosso il ricorso.Poiché le precedenti sentenze avevano inciso su una disposizione contenuta in un atto regolamentare, gli effetti dell’annullamento non possono che estendersi all’intera categoria dei soggetti destinatari della disciplina. Si tratta di un passaggio particolarmente importante perché conferma che la modifica del quadro regolatorio non riguarda esclusivamente il singolo operatore ricorrente, ma tutti gli operatori interessati dalla medesima fattispecie“, osserva il legale di MCL Avvocati Associati.

Ribaditi i principi affermati dal CdS

Pur avendo definito il giudizio attraverso il profilo assorbente dell’incompetenza dell’organo emanante, il TAR ha ritenuto opportuno richiamare espressamente i principi già affermati dal Consiglio di Stato. In particolare, il Collegio ha ribadito che la determinazione degli indennizzi spettanti agli operatori titolari di diritti d’uso limitati non può rimanere estranea alla concreta estensione territoriale del servizio effettivamente esercitato attraverso il diritto d’uso oggetto di indennizzo.

La copertura effettiva dei diritti d’uso limitati resta centrale

“Si tratta di un’affermazione di particolare rilievo perché conferma che la liquidazione non può essere costruita sulla base di parametri astratti o forfetari completamente avulsi dalla reale copertura radioelettrica espressa dal singolo diritto d’uso limitato.

Smentita la tesi dell’Avvocatura dello Stato

In questo senso, il TAR ha sostanzialmente ripreso l’impostazione già delineata dal Consiglio di Stato a che noi legali avevamo fin dal principio opposto, escludendo indirettamente la lettura proposta dall’Avvocatura dello Stato secondo cui le precedenti decisioni avrebbero consentito l’applicazione, anche nella fattispecie in esame, di criteri standardizzati indipendentemente dalla concreta area di servizio effettivamente illuminata.

La partita torna ora all’Amministrazione

L’effetto immediato della decisione è l’annullamento del decreto direttoriale impugnato e la conseguente necessità per l’Amministrazione di procedere a un nuovo esercizio del potere nel rispetto delle indicazioni fornite dal giudice amministrativo. Una vicenda che continua a rappresentare uno dei passaggi più significativi nel complesso processo di riorganizzazione dello spettro televisivo nazionale e che potrebbe produrre ulteriori effetti sull’intero sistema degli indennizzi riconosciuti agli operatori locali coinvolti nel refarming della banda 700 MHz. (E.G. per NL)

lunedì 15 giugno 2026

 

VIESTE – Festa di Sant’Antonio tra fede e tradizione

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In merito al nuovo percorso della processione di Sant’Antonio di Padova, e dopo talune polemiche circa l’esclusione dal tragitto di Corso Tripoli, il Comitato festività e la Confraternita, hanno diffuso il seguente comunicato stampa:
“Le tradizioni rappresentano l’anima di una comunità: custodiscono la memoria, rafforzano il senso di appartenenza e tramandano valori, fede e cultura da una generazione all’altra. Sono il filo che unisce passato e presente, permettendoci di riconoscerci nelle nostre radici e nella nostra identità collettiva.
Tuttavia, le tradizioni non devono essere considerate qualcosa di immobile o intoccabile. Nel corso della storia, ogni tradizione si è trasformata nel tempo, adattandosi ai cambiamenti sociali, culturali e spirituali delle comunità che le vivono. Rinnovare una tradizione non significa cancellarla o tradirla, ma darle nuova vita affinché possa continuare a parlare anche alle nuove generazioni.
Il vero valore di una tradizione non sta soltanto nella ripetizione identica dei gesti del passato, ma nella capacità di conservarne il significato più profondo, trovando al tempo stesso forme nuove per esprimerlo. Mantenere vive le radici è fondamentale, ma altrettanto importante è permettere alla tradizione di evolversi, affinché resti autentica, partecipata e sentita da tutta la comunità.
Per questo motivo, un cambiamento compiuto con rispetto, consapevolezza e amore verso la propria storia può rappresentare non una rottura, ma una naturale continuità del percorso tradizionale.
La processione di Sant’Antonio non è sempre stata come la conosciamo oggi. Nella storia viestana è probabilmente la celebrazione religiosa che ha subito più cambiamenti, adattandosi nel tempo alla morfologia del territorio e alle diverse esigenze della comunità.
Il culto di Sant’Antonio a Vieste ha origini molto antiche. Già nella metà del Quattrocento sorgeva, nei pressi dell’attuale via Domenico Antonio Spina, un convento di frati conventuali. Il convento venne distrutto durante l’attacco turco del 1480. Successivamente i frati si trasferirono nella chiesa di Santa Caterina, dove vivevano le clarisse, anch’esse uccise durante la stessa incursione.
Nel 1494 venne commissionata l’antica statua di Sant’Antonio, proveniente dalla Jugoslavia e tuttora custodita nella chiesa di San Francesco.
Anticamente la processione percorreva via Ripe per raggiungere la zona Castello, passando dalla Cattedrale di Vieste, dove il Santo veniva accolto dal Capitolo, per poi fare ritorno alla chiesa di San Francesco attraverso via Celestino V.
Dopo la costruzione del borgo ottocentesco si decise intorno alla metà degli anni 50 di estendere la processione a tutto il paese seguendo il perimetro dell’intera cittadina. Furono così aggiunti l’attuale corso Cesare Battisti e corso Tripoli, per poi scendere nella parte bassa attraversando via Sant’Eufemia e via Domenico Antonio Spina, in ricordo dell’antico convento dei conventuali,quindi il percorso non è stato sempre quello attuale come dice qualcuno che è da secoli e secoli.
Negli anni Sessanta venne eliminato invece il passaggio nella zona Castello.
Nel corso del tempo il percorso ha quindi subito diverse modifiche, sempre nel tentativo di conciliare tradizione, partecipazione popolare ed esigenze della città moderna, mantenendo però intatto il profondo legame dei viestani con Sant’Antonio.
Per anni tutta la zona ottocentesca è stata la zona più partecipata del passaggio della processione molti fedeli seguivano con devozione il passaggio del Santo.
Ma negli ultimi anni, qualcosa è cambiato, soprattutto nell’aspetto che più ci sta a cuore: si stava perdendo quella solennità della processione e quel clima di preghiera che da sempre ne rappresentano l’anima più autentica.
Accadeva infatti che molti fedeli, accompagnando il Santo, si disperdessero proprio all’incrocio con corso Tripoli, per poi riprendere la processione soltanto nella parte bassa del borgo ottocentesco. Corso Tripoli, inoltre, è una strada piuttosto lunga che termina, dopo una lunga scalinata, in via Magellano, una zona oggi quasi totalmente priva di abitazioni e circondata dalla roccia, un tempo però necessaria per collegarsi a via Sant’Eufemia.
Noi crediamo nelle tradizioni e custodirle è uno dei nostri principi fondamentali. Tuttavia, le tradizioni devono portare frutti, rigenerare lo spirito e rafforzare la fede. Quando questo viene meno, pur mantenendo salde le radici, diventa necessario riflettere e apportare le giuste modifiche.
Per questo motivo, in accordo con il nostro padre spirituale e dopo una scelta sofferta anche per noi, si è deciso di eliminare il passaggio da corso Tripoli, una decisione che negli anni era stata suggerita anche da diversi sacerdoti. Abbiamo comunque ritenuto importante mantenere il passaggio nella parte bassa del borgo, così da non escluderla completamente dalla processione. Gli abitanti di corso Tripoli e delle vie adiacenti, infatti, possono raggiungere facilmente il passaggio del Santo semplicemente scendendo di poche decine di metri verso via Sant’Eufemia.
In questi giorni sono state dette molte cose, spesso inesatte e soprattutto mai pronunciate dalla confraternita o dal comitato. Ciò che più ci ha ferito è stato vedere questa scelta interpretata sul piano economico: non lo abbiamo mai detto né pensato. Anche durante la raccolta per la festa civile non abbiamo mai preteso nulla da nessuno. Sappiamo bene, però, che in questi casi è facile cadere nel tranello di diventare “leoni da tastiera”.
Leoni da tastiera che, ancora oggi, continuano a offendere sui social — e non solo — con insulti di una bassezza unica, come: “Devono mettere la faccia nella ……..”, oppure vantandosi della loro autentica e vera fede, mettendo in discussione la nostra come se fosse una fede di facciata.
Inoltre, ieri durante la processione è stato davvero fuori luogo sentirsi urlare la parola “VERGOGNA”. Noi non ci vergogniamo affatto; anzi, per noi mantenere viva una tradizione e trasmetterla ai più piccoli per  continuare a tenerla viva nel tempo,
Come abbiamo fatto inserendo nel programma la benedizione dei bambini, pur non facendo parte della nostra tradizione, proprio perché crediamo che avvicinare i più piccoli sia il modo migliore per mantenere viva la devozione e trasmetterla nel tempo.
Vi avevamo promesso, durante l’incontro, che ci saremmo rivisti dopo la stagione per ragionare insieme, ma se questi sono gli animi, ahimè, la vediamo dura. Perché, a questo punto, più che tradizione qui sembrano prevalere egoismo e fanatismo.
Ci avete minacciato dicendo di non passere più per le vostre case durante la raccolta fondi. Noi passeremo lo stesso, anche se dovessimo ricevere porte in faccia. La decisione di riprendere il giro per il porte a porta  dopo oltre vent’anni non nasce soltanto da una questione economica — perché la festa si è sempre fatta comunque — ma soprattutto dal desiderio di creare un legame con voi cittadini: un saluto, una chiacchierata, ma anche una parola di conforto per molti anziani. Girando per le case si toccano con mano tante realtà, come la solitudine di molti anziani o le difficoltà di tante famiglie.
Tornando alla processione, ieri abbiamo avuto la conferma che la scelta non era del tutto sbagliata: tantissima gente non era presente solo come spettatrice, ma partecipava al pellegrinaggio dietro il Santo, con preghiere e canti.
Noi vi portiamo comunque nel cuore e, se davvero volete mantenere viva la tradizione, non pensate soltanto al tragitto, ma cercate di trasmettere il messaggio di Sant’Antonio ai vostri figli e nipoti. Solo così possiamo dare lustro e onore a Sant’Antonio.
Terminiamo con una frase di Sant’ Antonio
“La bocca del Signore è nell’orecchio del cuore, nel silenzio di chi è tranquillo””.
Il Comitato
La Confraternita

domenica 14 giugno 2026

 

SCRITTORE ISRAELIANO AL “LIBRO POSSIBILE” DI VIESTE, ANCHE MOSCONE DICE NO. “NON È CENSURA, MA RICHIESTA DI RESPONSABILITÀ”

Il presule di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo interviene sulla presenza dello scrittore israeliano al festival letterario. “Nessun ostracismo contro la cultura, ma gli intellettuali devono aiutare a fermare le stragi di civili”.

C‘è anche l’arcivescovo di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo, Franco Moscone, tra i firmatari dell’appello che chiede agli organizzatori del Libro Possibile di riconsiderare la presenza dello scrittore israeliano Eshkol Nevo all’edizione 2026 del festival. L’autore è atteso a Vieste il prossimo 21 luglio, data che gli organizzatori hanno confermato nei giorni scorsi nonostante le polemiche.

Intervistato sulla vicenda, Moscone ha spiegato le ragioni della sua adesione all’iniziativa, precisando che non si tratta di una presa di posizione contro la cultura o contro lo stesso autore.

“Ho ritenuto giusto non voltarmi dall’altra parte, anche perché Nevo viene a Vieste e Vieste è una città importante della mia diocesi”, afferma l’arcivescovo.

Moscone tiene a distinguere nettamente tra la richiesta rivolta agli organizzatori e qualsiasi forma di censura.

“Tuttavia vorrei distinguere da quello che è un appello rivolto agli organizzatori da quello che sarebbe un ostracismo. Io, come gli altri che hanno firmato l’appello, non abbiamo nessuna intenzione di bruciare i suoi libri o impedirne la vendita. Nulla di tutto questo e nulla contro la cultura o la letteratura”.

Una precisazione che arriva dopo il dibattito sviluppatosi attorno alla partecipazione dello scrittore israeliano, considerato una delle voci più autorevoli della narrativa contemporanea del suo Paese.

Secondo l’arcivescovo, la questione riguarda soprattutto il ruolo pubblico degli intellettuali di fronte alla guerra in corso a Gaza e alle azioni del governo israeliano.

“Purtroppo si fa ben poco per fermare l’attività di Israele. Ripeto, Nevo è un intellettuale validissimo, ma da vero intellettuale avrebbe dovuto dire una parola chiara ed aiutare la società civile di Israele a prendere coscienza delle azioni terroristiche che il governo israeliano compie ogni giorno con stragi di civili”.

Moscone ritiene che figure autorevoli come Nevo abbiano strumenti e visibilità sufficienti per influenzare il dibattito pubblico.

“Nevo ha strumenti per farsi sentire mentre il proprio governo è il principale ostacolo alla pace”, aggiunge.

Dal canto loro, gli organizzatori del Libro Possibile hanno confermato l’appuntamento con lo scrittore israeliano, ribadendo il principio secondo cui un autore non può essere identificato con le scelte politiche del governo del proprio Paese.

Una posizione che non convince l’arcivescovo.

“Se ne assumeranno le responsabilità”, commenta Moscone. Nonostante le divergenze, il presule si dice disponibile al dialogo e al confronto diretto con lo scrittore.

“Se mi dovessero invitare, perché no? Lo ascolterei con interesse pur non condividendo la sua posizione”.

La vicenda continua intanto ad alimentare il dibattito pubblico in vista dell’appuntamento del 21 luglio a Vieste, destinato a diventare uno degli eventi più discussi dell’edizione 2026 del Libro Possibile.

saverio serlenga